RAGAZZI DI VITA

LUNEDI’ 25 – MARTEDI’ 26 FEBBRAIO 2019
RAGAZZI DI VITA
di Pier Paolo Pasolini
drammaturgia Emanuele Trevi
regia Massimo Popolizio

con Lino Guanciale
e Sonia Barbadoro, Verdiana Costanzo, Giampiero Cicciò, Roberta Crivelli, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Lorenzo Grilli, Michele Lisi, Pietro Masotti, Paolo Minnielli, Alberto Onofrietti, Lorenzo Parrotto, , Silvia Pernarella, Elena Polic Greco, Francesco Santagada, Stefano Scialanga, Josafat Vagni, Andrea Volpetti

scene Marco Rossi, costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi, canto Francesca della Monica
video Luca Brinchi e Daniele Spanò, assistente alla regia Giacomo Bisordi
produzione Teatro di Roma – Teatro Nazionale

Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2017 come migliore spettacolo della stagione
Premio Le Maschere del Teatro Italiano 2017 come migliore regia
Premio della Critica Teatrale Italiana 2017 come migliore regia
Premio Ubu 2017 per la migliore regia

Dal romanzo che nel 1955 diede scandalo con le sue storie di povertà e disperazione, Massimo Popolizio dirige Lino Guanciale e un folto gruppo di giovani attori (18 interpreti), su drammaturgia di Emanuele Trevi, dando vita ad un universo di fibrillazioni e vitalità anarchiche. Ragazzi di vita, l’esordio narrativo di Pier Paolo Pasolini, edito per Garzanti, gli valse un processo e il ruolo di provocatore della società perbenista.
Il Riccetto, Agnolo, il Begalone, Alvaro, e ancora il Caciotta, lo Spudorato, Amerigo: sono alcuni dei ragazzi delle borgate di periferia che parlano in romanesco e trascorrono le loro giornate alla ricerca di qualche lira e nuovi passatempi. Sono i “ragazzi” di Pasolini nati orfani d’innocenza che agguantano la vita a piene mani, riversando per le strade le loro vitalità emarginate. «Libero dalle costrizioni di una vera e propria trama, in bilico tra il romanzo e la raccolta di racconti indipendenti l’uno dall’altro, il testo sembra consistere in una serie di scene nelle quali il senso del comico e quello del tragico non si oppongono ma si trasformano –annota Emanuele Trevi, che ha curato la drammaturgia dello spettacolo. In queste scene prevalgono una marcata gestualità e il parlato romanesco, o meglio quella singolare invenzione verbale, di gusto espressionista e non neorealistico, che Pasolini definiva una lingua inventata, artificiale. Non è insomma la lingua in cui parlano i «ragazzi di vita», ma la loro lingua».

Sul palcoscenico una coralità di voci, 18 interpreti a comporre il vasto repertorio di personaggi, quasi un paesaggio antropologico, con continue sovrapposizioni di spregiudicatezza e pudore, violenza e bontà, brutalità e dolcezza, ma anche ironia e divertimento, per un viaggio alla ricerca del “furore” da rappresentare: la candida, cinica, disperata vitalità di una generazione intenta ad assecondare il “naturale istinto della sopravvivenza”. A guidarli in questo affresco, dove le vicende si alternano suddivise in episodi e archi temporali, è la regia di Massimo Popolizio che ci porta “dentro” le giornate dei giovani sottoproletari con uno “sguardo panoramico”. Racconti di vite con cui ci restituisce la generosità e la violenza, il comico, il tragico, il grottesco di uno sciame umano che dai palazzoni delle periferie si sposta verso il centro. Dal Fontanone a Piazza di Spagna, dal Tiburtino a Centocelle, dalle acque del fiume Tevere ai bagni del Lido di Ostia, un itinerario picaresco che diventa un “set di scene”, frammenti di storie in continuo cambiamento che ritraggono una Roma che non c’è più, dove forse si rintraccia il senso dell’estraneità dei nostri tempi.
«Ragazzi di vita è un libro estremamente difficile da mettere in scena, in quanto non ha una sua storia, ma è composto da episodi intercambiabili. Ho cercato di dar vita ad uno spettacolo corale in cui gli attori vengono proiettati in situazioni che si passano da testimone a testimone, e in cui i vari pezzi sono assemblati da un furore collettivo che fa da collante allo svolgersi della storia – continua Popolizio –. Questa drammaturgia non ha una base psicologica, bensì realistica. Ci sono figure molto forti che parlano con piccole battute, rimandando a un certo modo di dire e un certo modo di essere di alcuni personaggi di una determinata Roma che sarebbe assurdo replicare nello stesso modo emotivamente forte dei film di Pasolini, perché quelle facce, quei ragazzi e quelle situazioni non esistono più. Ho cercato di ricreare, con le interpretazioni ritmiche ed emotive degli attori, l’immagine che si ha leggendo il libro. Il palcoscenico vuoto è il contenitore di “Ragazzi di Vita”, le scene vengono indicate perché ogni pagina è un set che cambia continuamente, e tutto è demandato alla capacità attoriale di far rivivere la situazione con le parole. Così, rimane fondamentalmente un teatro di parola. E voglio raccontare attraverso le parole. Mi auguro che questo furore di risolvere il libro in scena, questa dinamica vitale di sbrigliarsi le parole e rilanciarsi le cose, possa trasformarsi in scena in qualcosa di vitale».

Su tutti, a fare da tessuto connettivo tra le storie, la figura di un “narratore” che si aggira come uno “straniero” in visita a rendere possibili e visibili tutte le scene, un pensiero che diventa corpo e dice molto sul nostro presente attraverso l’interpretazione di Lino Guanciale. Una presenza sospesa che, quando si cala nelle storie, racconta e ascolta le vicende dei ragazzi che non si accorgono di lui, perché vivono in un altro livello della realtà, ma quando iniziano a parlare e agire, è lui stesso ad osservarli come uno spettacolo. È lui lo sguardo panoramico, la coscienza della totalità, al contrario dei ragazzi che vivono imbottigliati nella contingenza più immediata. «Da una parte ci sono i ragazzi immersi in quello che fanno, e incapaci di vedere oltre alle immediatezze che li tengono impegnati – continua Emanuele Trevi – Dall’altra c’è questo straniero che li spia, e che a differenza di loro vede tutto, parla di Roma come se la sorvolasse come un uccello rapace o un drone. Ma non si accontenta di rimanere lassù. È attratto dal basso, dove brulicano le storie. E in queste storie è sempre presente, perché è lui a farle iniziare, a colmarne le reticenze, a rimetterle in carreggiata quando i loro protagonisti sembrano dimenticarsi di quello che stavano facendo e dicendo».