IL SERVITORE DI DUE PADRONI

Antonio Latella

martedì 10 – mercoledì 11 dicembre 2013 – ore 21

IL SERVITORE DI DUE PADRONI
da Carlo Goldoni
drammaturgia Ken Ponzio
regia Antonio Latella

con (in ordine alfabetico) Marco Cacciola, Giovanni Franzoni, Federica Fracassi, Roberto Latini, Annibale Pavone, Lucia Perasa Rios, Massimiliano Speziani, Rosario Tedesco, Elisabetta Valgoi
scene e costumi Annelisa Zaccheria
luci Robert John Resteghini
suono Franco Visioli
assistente alla regia Brunella Giolivo
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Stabile del Veneto, Fondazione Teatro Metastasio

Dopo aver diretto il pluripremiato Un tram che si chiama desiderio, Premio Ubu e Premio Hystrio alla regia ad Antonio Latella, Premio Hystrio all’interpretazione e Premio Le Maschere del Teatro come miglior attrice protagonista a Laura Marinoni, Premio Ubu e Premio Le Maschere del Teatro come miglior attrice non protagonista a Elisabetta Valgoi, continua la collaborazione di Antonio Latella con Emilia Romagna Teatro Fondazione per la messa in scena de Il Servitore di due padroni dalla commedia di Carlo Goldoni.

Latella riparte “da” Goldoni, “da” come lui stesso spiega, perché questo Servitore è una totale riscrittura che vuole prendere forza dalla nostra tradizione per lanciarsi in avanti, nel tempo che deve venire. Parlare con la forza della tradizione all’uomo contemporaneo per Latella oggi è un dovere, più che una necessità: “Goldoni è il nostro teatro scritto, la nostra origine… Arlecchino è il nostro Amleto, non si può non incontrarlo nel proprio cammino teatrale, almeno per me.”
La riscrittura del testo goldoniano è stata affidata a Ken Ponzio, giovane autore e drammaturgo formatosi come attore. Nel suo lavoro di riscrittura Ponzio è partito dalla considerazione che il teatro è vivo grazie al costante dialogo con il proprio presente, sotto forma di critica dialettica, e nel suo lavoro ha quindi tenuto conto degli innumerevoli cambiamenti che sono avvenuti nel corso di più di due secoli e mezzo. Ma al contempo ha voluto restituire ai personaggi “veneziani” gli impulsi delle loro maschere originali assieme ad alcuni tratti “provinciali” che tanto caratterizzano noi italiani; mentre a quelli “torinesi” (seguendo un’intuizione di Antonio Latella) ha aggiunto una nota francese nella lingua e nell’identità per renderli anche ai nostri occhi dei “foresti”. Parlano tutti la lingua italiana d’oggi tranne Pantalone il quale, orgoglioso delle proprie origini e troppo potente per adeguarsi alla lingua altrui, parla in veneziano.
Nelle sue note di regia Latella scrive: “La menzogna è il tema che appartiene totalmente a questa commedia. Dietro la figura di Arlecchino (Truffaldino) la commedia si nasconde a se stessa, mente. Dietro agli inganni, ai salti, alle capriole del servitore più famoso del mondo la commedia mente agli spettatori: il personaggio che tanto li fa ridere è insieme tutte le menzogne e i colori degli altri personaggi. È uno specchietto per le allodole e sposta il punto di ascolto dell’intera commedia. Non c’è una figura onesta, tutto è falso, è baratto, commercializzazione di anime e sentimenti (…) Cosa resta? Il vuoto, graffiato dal sorriso beffardo delle maschere. (…) Il vuoto, forse l’orrore della nostra contemporaneità. L’orrore dell’uomo che davanti al peso del denaro perde peso (…)”

Intervista ad Antonio Latella

Nelle note di regia lei afferma che se sottraiamo Goldoni a se stesso, per così dire, se cancelliamo certe dinamiche del corpo e certi gesti, e poi gli ornamenti, la recitazione meccanica fatta di suono ma mai di testo e sottotesto, se a Goldoni portiamo via le maschere quanto resta, in fondo è il vuoto… Credo che queste parole già rivelino parecchio sulle linee che guideranno il suo lavoro registico. Ci può dire qualcosa di più?

Queste parole sono state già dette da grandi maestri del teatro del Novecento, io le prendo a prestito per provare a capire dove siamo noi. Un tempo indossavamo fisicamente delle maschere per poter dire delle verità, oggi diciamo delle menzogne senza maschera, e diciamo delle verità con la stessa maschera con cui mentiamo, cioè la nostra faccia. Togliersi una maschera oggi è più difficile, perché pensiamo di non averla, eppure è là, perennemente sul nostro volto, questa faccia che mutiamo al servizio del padrone che ci serve: il servitore chi è oggi? Forse il padrone o forse il potere che gioca a servire il suo popolo.

I suoi lavori si sono spesso avvalsi dell’elaborazione drammaturgica di giovani autori…. in quest’ occasione lei sceglie di tornare a lavorare con Ken Ponzio. Quali le ragioni di questa scelta?

Ken Ponzio è al momento l’autore e allo stesso tempo il drammaturgo con maggiore capacità di sintesi tra quelli che conosco: per lui la sintesi è un’ossessione, un bisogno primario. Essendosi formato come attore sa benissimo cosa significa (in gergo teatrale) “mettere in bocca le parole ad un attore” e sa benissimo che meno parole ci sono per esprimere un concetto, più questo concetto risulta efficace. Trovo che la sua ricerca sia fortemente coerente per una riscrittura del Servitore. La sua lingua sa essere musica e, pur nel tradimento, resta fedele a Goldoni, anzi gli offre una nuova voce.

In questo nuovo lavoro che nasce dalla collaborazione di tre stabili ritroviamo alcuni degli attori del pluripremiato “Un tram che si chiama desiderio”, insieme ad attori con cui lei non ha mai lavorato. Quali le ragioni che portano a questo cast con cui si accinge a lavorare?

Gli attori del Tram di cui lei parla sono gli attori di sempre, sono gli attori che mi accompagnano fin dall’inizio del mio imparare ad essere regista. Gli altri di cui lei parla (da Roberto Latini a Federica Fracassi a Massimiliano Speziani ecc.) sono dei grandi attori del teatro italiano, e io considero un onore che abbiano accettato di accompagnarmi in questo viaggio. Una generazione di quarantenni che, pur restando quasi sempre ai margini del teatro istituzionale, sta dando tantissimo al nostro teatro, perché restano servitori di un solo padrone, il teatro stesso.

Il lavoro scenografico di “Un tram che si chiama desiderio” era esso stesso drammaturgia; come lei stesso ha dichiarato, si faceva drammaturgia del pensiero. Ci può anticipare qualcosa di quello che sarà il lavoro scenografico de “Il servitore di due padroni”?

Annelisa Zaccheria è la mia padrona di casa e nonostante questo è sempre al servizio del mio fare teatro, non lo dimentica mai, lo tiene costantemente presente. Conosce cosa è per me il valore di un palco vuoto e sa cosa vuol dire invaderlo con un oggetto che sia il meno possibile scenografia ma il più possibile drammaturgia. Conosce l’orrore che provo per il realismo di cartapesta e a questo orrore ha provato a dare

poesia e soprattutto ha cercato di renderlo più reale del reale, dichiarandone fin dall’inizio la finzione. Posso anticiparle che per la prima volta in un mio spettacolo ci saranno delle pareti, inclusa la “quarta”.