La burattinaia cieca

foto Tiziano Ghidorsi

Buio, spiragli di luce caravaggeschi, voci, corpi che si muovono.
È di questi quattro elementi di cui si compone la tappa finale del percorso decennale di CollettivO CineticO, compagnia diretta da Francesca Pennini.
Lo spettacolo prende il nome del nono punto del meridiano dello stomaco nella medicina tradizionale cinese, che si trova all’altezza della gola: Benvenuto Umano.
Il titolo accogliente porta lo spettatore lungo una riflessione sul dilemma del proprio corpo che non può vedere, ma che può essere visto, copiato e criticato. Francesca Pennini danza bendata durante tutto lo spettacolo, e inizialmente anche i suoi compagni ballerini/performer, che si trovano a dover replicare (attraverso supporti tecnologici) dei movimenti che lei compie ogni volta improvvisando, per poter creare un piccolo handicap che restituisca il vero scarto della percezione: lei non vede nulla, loro vedono qualcosa che è in un altro posto.

Lo spettacolo è dunque anche una riflessione sulla tecnologia che oggi condiziona fortemente i corpi: il suo ruolo da burattinaia cieca serve a porre interrogativi sulla nostra presenza fisica mentre ci si proietta in un altrove reale. La scena del movimento è riempita dalla musica prodotta sul momento, formata da versi e urla, da un ritmo costante ma mai uguale a se stesso, da canti che ricordano un rituale antico, un rituale che porta lo spettatore lungo un confronto tra le due culture più antiche di sempre: quella orientale e quella occidentale, che, sebbene siano distanti, non sono completamente agli antipodi, ma durante la storia si sono toccate, a volte timidamente, a volte in modo più convinto, e ad ogni modo noi oggi ne siamo il risultato. Un esempio del risultato di questa macedonia di influssi culturali è riassunta negli affreschi del Salone dei Mesi a Palazzo Schifanoia, richiamato dai tatuaggi (finti), così antichi e così attuali, sulle braccia dei ballerini e sul corpo nudo (ma non nudo) di Francesca Pennini; il mondo tribale ha dato al mondo occidentale un supporto iconologico, simbolico, che diventa materiale semiotico di rivelazione.

Nel buio e nei giochi di luce, fra le parole e le melodie gutturali che graffiano le orecchie dello spettatore, la figura del cerchio fa da fil rouge a tutto lo spettacolo. Sempre secondo la medicina tradizionale cinese il principio regolatore del mondo è ciclico, è caratterizzato da un ritmo riconoscibile, ma è anche uno degli strumenti circensi più difficili da usare: domarlo significa rinchiudersi al suo interno e a quel punto è il cerchio che iscrive il corpo stesso, un richiamo alle orbite planetarie, all’Uomo Vitruviano di Leonardo, e mentre gira riporta a una dimensione fortemente dionisiaca, che porta a una reale alterazione visiva dello spazio.
La burattinaia cieca diventa improvvisamente arbitro bendato di un conflitto che sembra ambientato in un videogioco, un’improbabile lotta tra i meridiani di fegato, stomaco, cuore e polmoni; dopo ogni vittoria ecco che la storia riprende il suo ciclo: nuovi eroi, nuovi perdenti.

Il finale dello spettacolo è un corpo maschile stretto da robuste corde che lo portano verso l’alto, nell’immagine di un corpo che va verso l’altro, ma che è gravitato verso il basso, come un San Sebastiano, che con lo sguardo cerca il cielo, ma con i piedi resta a terra. Il rito sacrificale ( o iniziatico), è concluso con il suo agnello immolato.
Lo spettacolo è un incontro tra due mondi, l’occidentale e l’orientale, tra l’anatomia e l’iconologia, che creano un mistero sempre più fitto, che può essere letto, ma che non è necessario districare: è un finale che non si conclude, che resta aperto, un nodo che resta illeggibile data la sua complessità e bellezza, ed è proprio questo il nostro corpo.

Elisabetta Bizzarri

spettacolo Benvenuto Umano 15 dicembre 2017, Teatro Asioli