L’inquietudine del lavoro

foto Tiziano Ghidorsi

 

I movimenti costanti e ripetitivi che scandiscono il ritmo dello spettacolo sono i movimenti che da sempre sono richiesti all’uomo nel mondo del lavoro. Clèment Dazin, creatore della compagnia La Main de l’Homme, ha scelto di inserire come metafora del “travail”, le dos (trad. la schiena).
Essa è infatti l’elemento forse più nascosto ai nostri occhi, così misteriosa e bella, piena di muscoli e ossa, struttura portante del nostro corpo, ma al contempo così dolorante, sofferente. È il nostro sostegno, ma è anche la causa della maggior parte dei nostri mali: un po’ come il paradosso del lavoro. È la nostra fonte principale di sostentamento e , se anche fosse un lavoro che noi stessi abbiamo scelto perché ci piace, è innegabile che ogni giorno ci procuri stress e delusioni.

Lo spettacolo si concentra molto sul lavoro forse il più allucinante che esista: quello dell’operaio in una fabbrica, che ogni giorno è costretto a compiere, nella stessa posizione e con le stesse modalità, lo stesso processo: se sbaglia, è fuori. Gli operai sono visti da Clément Dazin come insetti, come le formiche che continuamente lavorano , ma anche come uomini in tutto e per tutto, dunque anche con il risvolto bestiale che ognuno porta dentro di sé.
Ebbene si, quando si è costretti a fare come le formiche, dopo lungo tempo l’uomo si stanca, cerca di scappare dalla monotonia che ormai invade la sua vita, impazzisce; ed è questo che mette in scena la compagnia senza alcuna difficoltà, dipingendo questa assurda monotonia che entra in modo così inquietante nelle nostre vite, nelle vite di un insegnante di danza che da sempre conta “un deux trois quatre cinq six sept huit” per i suoi studenti, che conta così spesso che ormai ha perso anche la passione per quello che fa. Conta così spesso che ormai ha smarrito il senno, che quasi urla, perde lucidità, vuole scappare, evadere.
Ma il sistema riporta tutti al proprio posto.

Fino a quando un ballerino, alto con i capelli lunghi, si sfila la maglietta, e lentamente va a toccare con le punta delle dita i suoi piedi, appoggia le mani sul pavimento, e comincia a muovere la sua schiena, a muovere tutti i muscoli, trascinando lo spettatore in una sorta di ipnosi in cui non capisce che cosa ci sia davanti a lui; qualcosa che non è più una schiena, ma a volte un volto che grida, a volte un corpo denutrito, a volte sembra quasi che lo scheletro voglia uscire, uscire da quella pelle che gli sta così stretta… e in tutto questo gioca un ruolo fondamentale la luce.
la luce bassa, lieve, che basta a trasportarci in un altro mondo, in un mondo quasi ultraterreno.

E questa luce bassa porta inquietudine, porta consapevolezza del male che c’è oggi nell’ambiente di lavoro, in cui tutti sono costretti in un gruppo omogeneo che in realtà vuole far conoscere la propria eterogeneità, ma è un gruppo che non è stato educato a mettere in gioco le differenze, che non è capace di sfruttare le occasioni, è un gruppo che sta morendo a causa dell’indifferenza e della concorrenza insana, che porta qualsiasi uomo a vedere la caduta del suo compagno come motivo di lucro e di liberazione.

Clément mi dice che lui ha provato sulla sua pelle tutto questo: da quando ha iniziato ad essere chiamato per lavorare e non più a dover chiamare per cercare di lavorare, si è imbattuto in persone meschine, che non rispettavano la sua figura di artista e men che meno il suo diritto di essere umano; da qui ha capito che la propria strada ognuno deve cercare di costruirsela come ha sempre sognato, per evitare di diventare succubi di un sistema che porta alla follia pura.

Elisabetta Bizzarri

spettacolo Humanoptère 23 dicembre 2017